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Perché il Covid ha rilanciato gli ecovillaggi, comunità “alternative” immerse nella natura

Nato dalla cultura ecologica e hippy degli anni Settanta, il fenomeno globale degli ecovillaggi (circa 10mila in tutto il mondo) sta vivendo una seconda giovinezza dopo il coronavirus e i lockdown. Ecco cosa sono, dove si trovano, come funzionano

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Racchiudono tutte le quattro dimensioni della sostenibilità: sociale, culturale, ecologica ed economica. Il fenomeno degli ecovillaggi - che non a caso sono arrivati a noi dalla cultura “alternativa” ecologica e hippy degli anni Settanta - è diventato una vera e propria moda durante i giorni bui della pandemia e dei lockdown. Un po’ in tutto il mondo, Italia compresa. Alla ricerca non solo del distanziamento sociale, ma soprattutto di un contatto con la natura più profondo, sostenibile e vissuto collettivamente. Ma cosa sono di preciso gli ecovillaggi?

La più famosa definizione arriva dall’astrofisico e filosofo statunitense Robert Gilman, paladino della sostenibilità da tempi non sospetti. Anche se le comunità votate al ritorno alla natura esistevano dagli anni Sessanta, l’ex scienziato della Nasa sdoganò il termine “ecovillaggio” in una celebre pubblicazione del 1991, The Eco-village Challenge, in cui li definì «insediamenti a misura d’uomo le cui attività sono perfettamente integrate nella natura, con modalità che permettono un sano sviluppo umano e che possono continuare in modo indefinito nel futuro». Di fatto, quindi, si tratta di comunità “alternative” di dimensioni variabili (di solito da una decina a centinaia di persone) organizzate per vivere con il minor impatto possibile sull’ambiente. In che modo? Attraverso le coltivazioni organiche a chilometro zero, il riutilizzo dell’acqua piovana, le energie rinnovabili, il baratto, l’allevamento e in generale un’economia di sostentamento autosufficiente. I membri di queste comunità - talvolta vegetariani o vegani - sono accomunati da forti valori sociali e spirituali, dall’immersione nella natura alla ricerca di un senso più autentico di comunità, con il minimo comun denominatore del rifiuto della società dei consumi.

 

Ecovillaggi in Italia

Anche l’Italia è piena di ecovillaggi. Dagli anni Ottanta sull’Appennino pistoiese c’è Il Popolo degli Elfi, comunità di oltre 150 abitanti sparsi in diversi nuclei abitativi, alcuni dei quali senza elettricità. Mentre sulle colline umbre dal 1982 esiste Utopiaggia, fondata da un gruppo di giovani tedeschi per vivere senza gerarchie tra orti, pecore, produzione di formaggio, un laboratorio di ceramica e uno per la tintura di fibre naturali con colori altrettanto naturali.

Cercare di dare un’etichetta agli ecovillaggi non è semplice, perché eterogeneità e spontaneità regnano sovrane. Ci sono le comunità a vocazione agricola, quelle focalizzate sulla crescita interiore, quelle che predicano il veganesimo come la siracusana Eco-House o quelle “libertarie” come Urupia, nel Salento, che esiste da inizio anni Novanta ed è fondata sull’unanimità delle decisioni e l’assenza di proprietà privata. Mentre sulle colline piacentine i componenti del piccolo ecovillaggio Tempo di Vivere praticano l’homeschooling. E così via. Non è sempre semplice gestire comunità (a volte di grandi dimensioni) attraverso l’unanimità delle decisioni o il rifiuto della proprietà privata, come non è facile sperimentare il cohousing di diversi nuclei familiari in cascine ristrutturate. I conflitti non mancano. Ma il più delle volte questi particolari laboratori di sperimentazione sociale ed educativa funzionano.

 

Una spinta dalla pandemia

Ovviamente gli ecovillaggi italiani rappresentano solo la punta dell’iceberg di un fenomeno mondiale. Da metà anni Novanta esiste anche un network internazionale, il Global Ecovillage Network, nato da una costola della fondazione danese Gaia Trust, che organizza progetti comuni, trasversali e sperimentali in cinque continenti, anche per conto delle Nazioni Unite. E’ arrivato a raggruppare ben 10mila comunità sparse in 114 Stati e articolate su 23 organizzazioni nazionali e 35 internazionali.

La pandemia, che ha rappresentato non solo una crisi sanitaria ma anche sociale e psicologica, ha rilanciato alla grande questo modello nato ormai mezzo secolo fa. Secondo la Rive, Rete italiana villaggi ecologici, in molti si sono avvicinati alla cultura degli ecovillaggi proprio nelle difficili settimane del lockdown e del distanziamento sociale, mettendo in discussione la dimensione urbana ed economica in cui vivevano prima del coronavirus. Le comunità non si sono tirate indietro: proprio nel marzo 2020 la Rive ha lanciato l’iniziativa “Uniamoci in cerchio”, un servizio di ascolto e di aiuto aperto a tutti.

Fonte: Global Ecovillage Network Report

 

E il climate change? L’abbattimento delle emissioni? Su questo versante non si contano le pubblicazioni internazionali che hanno cercato di quantificare l’impatto ambientale degli ecovillaggi. Matthew Daly, dell’università australiana di Wollongong, ha cercato di fare una sintesi della letteratura internazionale in un recente saggio, scoprendo che negli ecovillaggi la produzione media di CO2 è di oltre un terzo inferiore a quella delle aree urbane più vicine. Con punte d’eccellenza come la comunità Sieben Linden, in Germania, che inquina il 73% in meno della media tedesca.

 

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