I BRICs compiono vent’anni: vincitori e vinti della sfida tra Paesi emergenti

Nel 2001 veniva coniato un acronimo destinato a entrare nella storia: BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), per indicare un quartetto di nazioni che avrebbe corso più dell’Occidente. Ma come sono andate veramente le cose? Chi ha vinto e chi ha perso la competizione con le potenze del G7?

Tempo di lettura: 4 minuti

 

I BRIC soffiano sulle loro prime venti candeline tra luci e ombre. Era infatti il 30 novembre 2001 quando il capoeconomista di Goldman Sachs, Jim O’Neill, firmò un’analisi destinata a entrare nella storia. Il titolo era “Building Better Global Economic BRICs”, gioco di parole tra l’acronimo appena coniato (BRIC, ovvero le iniziali di Brasile, Russia, India e Cina, alle quali nel 2010 si è aggiunta la “S” del Sudafrica) e una traduzione letterale che suonerebbe come “Costruendo migliori mattoni dell’economia globale”. Nella sua analisi O’Neill rifletteva su come il probabile boom economico di quei Paesi emergenti potesse impattare su un sistema di governance mondiale dominato dall’asse Stati Uniti-Europa. Oggi possiamo trarre un bilancio di quella famosa previsione: dopo vent’anni, la crescita dei BRIC è stata davvero così formidabile come ci si aspettava?

Jim O’Neill ha azzeccato i suoi pronostici: nel primo decennio del secolo, il Pil reale a prezzi costanti del quartetto di emergenti è quasi raddoppiato. E se nel 2001 l’economia dei BRIC rappresentava appena il 44% di quella dei Paesi del G7, oggi si ritrova a un’incollatura dal pareggio (per la precisione al 91%, a 36,8 trilioni di dollari contro 40,3 trilioni).

Attenzione però, perché quella degli emergenti si è rivelata una corsa a due velocità. Da una parte abbiamo la straordinaria performance della Cina, il cui Pil procapite a prezzi costanti dal 2001 al 2019 è balzato in alto del 334%, con quello indiano che è aumentato del 153%. Dall’altra ci sono i progressi più contenuti di Russia (+75%) e Brasile (+26%), comunque superiori alla media dei Paesi Ocse (+22%). Il coronavirus ha ulteriormente accentuato il distacco tra la prima della classe e gli inseguitori.

Fonte: Fondo monetario internazionale, World Economic Outlook

 

Nel primo ventennio del terzo millennio, insomma, l’unica a fare un vero salto di qualità è stata la Cina, che cresce molto più in fretta dell’Europa e degli stessi Stati Uniti. Stando al Fondo monetario internazionale, il Dragone è l’unico del gruppo ad avere chiuso il 2020 con un Pil positivo (+2,3%) e si prepara a un 2021 da incorniciare (+8,4%). L’anno scorso è invece stato disastroso per India (-8%) e Sudafrica (-7%), con la differenza che il Subcontinente sarebbe destinato quest’anno a un potente rimbalzo (+12,5%) mentre il prodotto interno lordo del Paese africano dovrebbe crescere appena del 3,1%. In difficoltà anche Brasile e Russia, non tanto per il calo del Pil 2020 (-4,1% e -3,1% rispettivamente) ma per un 2021 che non vedrà grandi acuti (+2,7% per Brasilia e +3,8% per Mosca).

Tutto questo mentre la Cina è diventata lo snodo centrale della catena di valore manifatturiera mondiale. Ma pensare che dietro al miracolo del Dragone ci sia soltanto l’industria sarebbe fuorviante. «Accanto al manifatturiero, Pechino ha fatto leva su mercati finanziari profondi e lucrativi - spiega Alessandro Tentori, Chief Investment Officer di AXA IM - . Le Borse cinesi sono molto più importanti di quelle degli altri BRIC, in particolare sull’obbligazionario, dove la Cina rappresenta il secondo o terzo player mondiale». Assieme all’economia, insomma, Pechino è stata attenta a far evolvere anche il mercato finanziario, che ne aiuterà la crescita futura. L’obiettivo è dare filo da torcere allo strapotere del dollaro, che ha un ruolo a livello di riserve valutarie mondiali (59%) sproporzionato rispetto al peso economico globale degli Stati Uniti (23%), mentre la potente Cina deve accontentarsi di un misero 2% delle riserve globali.

Diverso il discorso per la seconda della classe, l’India, che non è riuscita a portare avanti una politica di urbanizzazione del calibro di quella cinese. «Una fetta importante della popolazione vive ancora in aree rurali - sottolinea Tentori - impedendo al Pil procapite di compiere un balzo simile a quello del Dragone, e di conseguenza costringendo Nuova Delhi a contenere la spesa pubblica in istruzione, sanità e così via. La mancata transizione da un’economia agricola stile Cina anni Settanta ha inoltre impedito al Subcontinente di sviluppare un moderno mercato dei capitali». L’India poi non è un Paese autocratico, non ha la ferrea continuità politico-economica dei piani quinquennali cinesi, e si ritrova anche relativamente svantaggiata dal punto di vista geografico rispetto al Dragone.

Più in difficoltà Mosca e Brasilia, che in vent’anni hanno perso peso nel gruppo degli emergenti: oggi l’economia russa rappresenta appena l’11% di quella dei BRIC (contro il 17% del 2001), mentre quella brasiliana è precipitata dal 15% all’8%. «La struttura economica di questi Paesi resta poco diversificata e legata alle materie prime - riflette il Chief Investment Officer di AXA IM - rendendoli molto esposti all’andamento dei prezzi delle commodities e quindi instabili». Mentre il Sudafrica non ha mai assunto una rilevanza sistemica tra gli emergenti.

Il prossimo ventennio ci porterà in dote nuovi BRIC, in grado di crescere ai ritmi di Pechino? «Probabilmente a correre saranno tutti i Paesi che orbitano nella sfera d’influenza cinese - spiega Tentori - come l’Indonesia, la Thailandia, il Vietnam e in parte anche l’Australia, vista dalla Cina come un’enorme miniera di ferro e carbone». Potrebbe segnare una buona performance anche l’Arabia Saudita, con i colossali investimenti infrastrutturali che ha messo in cantiere per prepararsi a un futuro fatto più di finanza che di idrocarburi.

 

Ogni martedì alle ore 11.00 Alessandro Tentori, CIO di AXA IM Italia, vi invita a riflettere insieme sui mercati e su possibili soluzioni di politica economica. Per l'iscrizione, cliccare qui.

Disclaimer

Il presente documento ha finalità unicamente informativa e i relativi contenuti non vanno intesi come ricerca in materia di investimenti o analisi su strumenti finanziari ai sensi della Direttiva MiFID II (2014/65/UE), raccomandazione, offerta o sollecitazione all’acquisto o alla vendita di strumenti finanziari o alla partecipazione a strategie commerciali da parte di AXA Investment Managers o di società ad essa affiliate. I pareri, le stime e le previsioni qui riportati sono il risultato di elaborazioni soggettive e potrebbero essere modificati senza preavviso. Non vi è alcuna garanzia che eventuali previsioni si concretizzino. Informazioni su terze parti sono riportate unicamente per fini informativi. I dati, le analisi, previsioni e le altre informazioni contenuti nel presente documento sono forniti sulla base delle informazioni a noi note al momento della predisposizione degli stessi. Pur avendo adottato ogni precauzione possibile, non viene rilasciata alcuna garanzia (né AXA Investment Managers si assume qualsivoglia responsabilità) sull’accuratezza, affidabilità presente e futura o completezza delle informazioni contenute nel presente documento. La decisione di far affidamento sulle informazioni qui presenti è a discrezione del destinatario. Prima di investire, è buona prassi rivolgersi al proprio consulente di fiducia per individuare le soluzioni più adatte alle proprie esigenze di investimento. L’investimento in qualsiasi fondo gestito o promosso da AXA Investment Managers o dalle società ad essa affiliate è accettato soltanto se proveniente da investitori che siano in possesso dei requisiti richiesti ai sensi del prospetto informativo in vigore e della relativa documentazione di offerta.

Qualsiasi riproduzione, totale o parziale, delle informazioni contenute nel presente documento è vietata.

I contenuti disponibili nella presente sezione del sito sono stati redatti a cura e sotto la responsabilità di AXA Investment Managers Italia SIM S.p.A., Corso di Porta Romana, 68 – 20122- Milano, Tel +39 02 5829911, iscritta al n. 210 dell’albo delle SIM tenuto dalla CONSOB www.consob.it.]

© AXA Investment Managers 2021. Tutti i diritti riservati.