Riciclo, “Da chicco a chicco”: una bella iniziativa, ma si dovrebbe fare di più

Come riciclare le capsule di caffè consumate? L’enorme consumo – si parla di 12 mila tonnellate di rifiuti solo in Italia – pone il problema del loro smaltimento. Queste capsule, infatti, sono difficilmente riciclabili avendo parti in plastica e in alluminio, oltre alle scorie di caffè.

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La produzione e diffusione delle capsule di caffè in alluminio è in costante ascesa da anni. Ogni anno vengono vendute nel mondo 13 miliardi di capsule in alluminio che una volta utilizzate si trasformano in oltre 120 mila tonnellate di rifiuti, di cui 12 mila solo in Italia. Rispetto ad altri materiali più facilmente smaltibili, l’alluminio ha il vantaggio di proteggere meglio dagli agenti esterni il caffè che contiene. Tuttavia, proprio a causa del mix di materiali, l’impatto sull’ambiente e sul sistema dei rifiuti è notevole e difficilmente gestibile con metodi di riciclo tradizionale. Produttori di alluminio come Rio Tinto ed Alcoa stanno cercando di sviluppare nuove e più efficienti tecnologie per il riciclo di questo metallo, ma l’obiettivo della piena sostenibilità è ancora lontano.

 

L’iniziativa responsabile di Nespresso

Nespresso, un pioniere delle capsule e cialde di caffè, dichiara nel suo sito internet di avere integrato la sostenibilità nelle proprie attività e di puntare ad una produzione al 100% “sostenibile” entro il 2020. Questi obiettivi trovano attuazione concreta nel programma “The Positive Cup”, che ha come obiettivo quello di garantire la sostenibilità in ogni fase del processo produttivo, a partire dai Paesi di origine del caffè, fino alla gestione delle capsule consumate nei singoli Paesi in cui il marchio è presente. In Italia, l’azienda ha avviato il progetto “da chicco a chicco” in collaborazione con la onlus Banco Alimentare, il Consorzio imballaggi alluminio (CIAL), Utilitalia e Consorzio Italiano Compostatori (CIC).

Le capsule vengono recuperate nei punti di raccolta dedicati e quindi inviate negli impianti di trattamento specializzati. Da qui escono due prodotti distinti: alluminio e compost, ossia un fertilizzante ottenuto dal caffè residuo. Il metallo è in seguito destinato alle fonderie che lo immettono nuovamente nel ciclo produttivo, riciclandolo al 100% e risparmiando il 95% dell’energia che servirebbe per ottenerlo dalla materia prima. Il compost viene invece destinato a delle risaie individuate dall’Unione Agricoltori Pavesi nei dintorni di Pavia. Infine, il riso prodotto viene acquistato dalla stessa Nespresso che chiude il cerchio donando il prodotto al Banco Alimentare della Lombardia. Grazie a questa iniziativa, sono sinora stati donati 1.800 quintali di riso e serviti 2 milioni di piatti di riso agli assistiti del Banco.

 


Le cifre del riciclo e i problemi normativi

Nel 2017 sono state raccolte in Italia 532 tonnellate di capsule usate, sulle 12 mila tonnellate complessivamente scartate. Ma la quota di capsule avviate al riciclo è ancora marginale: circa un ventesimo del miliardo di capsule vendite l’anno scorso in Italia. La possibilità per i clienti di portare le capsule usate presso 107 punti di raccolta di 64 città italiane, da dove possono essere avviate a riciclo, è certamente un passo avanti. Ma è ancora troppo poco, considerando anche che la popolarità di capsule e cialde non è in calo, malgrado un rallentamento della crescita annuale globale della categoria. Secondo Euromonitor International, società specializzata in ricerche di mercato indipendenti, dal 2011 al 2016 la categoria ha avuto una crescita annuale globale a due cifre (+18%) e, nonostante un rallentamento a partire dal 2016, capsule e cialde continuano a registrare la migliore performance.

 

Figura 1: Volumi delle vendite al consumo di cialde di caffè macinato fresco (2011-2021)


 

Fonte: Euromonitor International

 

Tra gli ostacoli incontrati in materia di riciclo, vi sono quelli normativi, come spiega Marta Schiraldi, Technical e Quality Director di Nespresso Italia. “Nel 2017 – spiega - abbiamo lanciato, in collaborazione con SILEA, azienda municipalizzata di Lecco, e CiAL, Consorzio Imballaggi Alluminio, il primo progetto di raccolta sperimentale delle capsule con il semplice conferimento delle stesse nel sacco viola dei rifiuti riciclabili”. In un anno l’iniziativa ha permesso di recuperare e riciclare circa 29 tonnellate di alluminio. Tuttavia, il contesto normativo italiano non è d’aiuto per queste pratiche. “La normativa è complessa, ricorda Schiraldi, e non consente a nessun privato, aziende incluse, di gestire la raccolta dei rifiuti urbani. Le capsule usate non sono infatti classificate come packaging, ma come rifiuto urbano indifferenziato e per questo motivo devono essere gestite solo dagli operatori ambientali dei singoli comuni. Il che rende lo scenario ancora più complesso vista la presenza di oltre 8.000 municipalizzate, con cui è necessario avviare una collaborazione one-to-one per il riciclo delle capsule”. L’impegno del gruppo nel ridurre l’impatto ambientale nell’uso delle capsule ha una storia quasi trentennale. “Il recupero delle capsule è stato avviato per la prima volta in Svizzera nel 1991, e poi via esteso a diversi paesi del mondo” conclude Schiraldi. Il gruppo investe in questa attività circa 27 milioni di euro l’anno di cui 3 milioni sono destinati ai progetti italiani.

 

Obiettivi europei

Oggi il 67% degli imballaggi italiani viene riciclato e quindi non finisce in discarica o negli inceneritori. Nel caso delle confezioni in alluminio la quota di materiale avviato al riciclo si colloca al 63%: su 70 mila tonnellate immesse sul mercato, circa 44 mila vengono recuperate. Incrementare queste percentuali è obiettivo condiviso a livello europeo. In tal senso si muovono le regole “end of waste” tese a semplificare gli aspetti burocratici e normativi dei programmi di riciclo favorendo lo sviluppo di nuove tecnologie e pratiche innovative. A maggior ragione in un momento in cui si stanno inceppando alcuni dei tradizionali meccanismi su cui sinora si è retta la filiera mondiale del riciclo.

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