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Finanza verso l’«addio» alle fossili

La decisione della Banca Europea per gli Investimenti rappresenta uno spartiacque: uscire dalle fonti fossili di energia sarà sempre più una strada obbligata per gli investitori. Decisiva la spinta della campagna per il fossil fuel divestment, dove protagoniste sono le istituzioni religiose. 

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Il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 fissati nell'Accordo di Parigi, nella prospettiva della lotta alla crisi climatica, implica una decarbonizzazione dell'economia su scala mondiale: il progressivo passaggio, cioè, da un modello economico fondato su settori e attività ad alto impatto sull'ambiente in termini di emissioni di anidride carbonica, a uno che mette al centro settori e attività low-carbon. Il ruolo della finanza nel promuovere questo cambiamento epocale è centrale e si può manifestare in varie forme. Una delle più evidenti è la sempre più numerosa adesione di investitori istituzionali internazionali alla campagna per il disinvestimento dalle fonti fossili di energia (carbone, petrolio, gas naturale), il cui utilizzo è la prima causa del riscaldamento climatico.

 

14 trilioni di dollari "fuori" dalle fossili

La campagna per il fossil fuel divestment ha preso le mosse all'inizio degli anni '10 del 2000 dai campus universitari statunitensi, chiedendo di porre fine agli investimenti finanziari nel settore delle fossili e di reinvestire le risorse così liberate in attività capaci di accelerare la transizione verso un'economia green. Gli aderenti alla campagna, velocemente propagatasi dagli Stati Uniti al resto del mondo, sono cresciuti in maniera esponenziale: secondo gli ultimi dati dell'organizzazione 350.org, principale promotrice della campagna, le istituzioni aderenti sfiorano quota 1.200 e complessivamente gestiscono asset per oltre 14 trilioni di dollari. Una crescita esponenziale, se si pensa che nel 2014 aderivano in meno di 200, con circa 50 miliardi di dollari di asset coinvolti. Ciò fa del fossil fuel divestment il fenomeno più rapidamente cresciuto nella storia della finanza sostenibile, nel quale hanno avuto un peso determinante le istituzioni religiose, che rappresentano il 30% del totale. L'adesione in particolare di quelle cattoliche, fra cui molte italiane (ad esempio la Caritas), è stata coordinata dal Movimento Cattolico Globale per il Clima.

La storica decisione della BEI

Fra i casi più significativi di divestment c'è quello dell'Irlanda, che con il Fossil Fuel Divestment Act è stato il primo Paese al mondo a decidere per l'uscita degli investimenti pubblici (nello specifico quelli del Fondo d'investimento strategico irlandese) dalle fonti fossili. Tuttavia, anche se non si è trattato di una formale adesione alla campagna, si può considerare uno spartiacque la decisione a novembre dello scorso anno della BEI (Banca Europea per gli Investimenti, il più grande istituto finanziario multilaterale al mondo) di porre termine, a partire dalla fine del 2021, al finanziamento di progetti energetici collegati all'utilizzo di fonti fossili.

 

Riconosciuto l'attivismo di AXA

Fondi pensione e compagnie assicurative sono fra gli investitori istituzionali più importanti, in termini di asset, ad aver aderito al divestment. Nel rapporto pubblicato a settembre dello scorso anno in occasione del summit "Finanziare il futuro" organizzato in Sudafrica a Città del Capo dal movimento per il fossil fuel divestment, fra le società citate per il loro attivismo in quest'ambito c'è AXA: «In AXA Investment Managers - spiega Lorenzo Randazzo, Senior Institutional Sales Manager in AXA IM - da tempo stiamo integrando limitazioni sugli investimenti nei combustibili fossili, con misure sempre più stringenti. Queste restrizioni, inoltre, sono applicate non solo sulle masse gestite per conto del gruppo AXA, ma anche per i portafogli istituzionali. Ed entro la fine di quest’anno verranno applicate a tutti i fondi comuni d’investimento core. Inoltre il gruppo rafforzerà la politica di disinvestimento per uscire completamente dall’industria del carbone entro il 2030 nei Paesi OCSE e dell’Unione Europea, entro il 2040 nel resto del mondo. Nel complesso l'obiettivo è contenere il "potenziale riscaldamento" al 2050 dei nostri investimenti entro 1.5°C. Parallelamente tutte le nostre masse in gestione privilegiano investimenti a impatto ambientale positivo: i green bonds, ad esempio, laddove le linee guida lo consentono e almeno a parità di rischio/rendimento, sono inseriti in tutti i nostri portafogli».

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