Tomorrow Augmented

Demografia, l’ultima battaglia della Cina per diventare leader globale

Forte della sua potenza industriale, commerciale e tecnologica, Pechino si prepara al sorpasso degli Stati Uniti. Resta però un punto debole: quello demografico. Il Dragone fa pochi figli, ha una popolazione lavorativa in declino e sempre più anziani. Come uscirne?

Tempo di lettura: 4 minuti

 

Dall’ultimo censimento ufficiale diffuso qualche mese fa è arrivata l’ennesima doccia fredda per Pechino: tra il 2011 e il 2020 la popolazione del Dragone è cresciuta di appena 72 milioni di unità, il peggior risultato dai tempi delle carestie degli anni Sessanta. Ning Jizhe, direttore dell’ufficio di statistica cinese, ha ammesso che i 12 milioni di nuovi nati del 2020 rappresentano un calo di ben il 18% dai livelli del 2019, ricordando che da quattro anni il numero di culle cinesi è in declino.

Nonostante l’abbandono nel 2016 della politica del figlio unico e il recentissimo via libera anche ai terzogeniti, secondo l’ufficio statistico di Pechino il tasso di fertilità della seconda superpotenza mondiale (ovvero il numero di figli per donna in età riproduttiva) si ritrova a quota 1,3: al di sotto non solo degli Stati Uniti (1,7 secondo la Banca Mondiale) ma persino del Giappone (1,36), il Paese simbolo - assieme all’Italia - del declino demografico e dell’invecchiamento della popolazione. E pensare che appena cinque anni fa Pechino aveva proclamato di puntare a un tasso di fertilità di 1,8. La realtà è ben diversa e la “lunga marcia” cinese per superare gli Stati Uniti come superpotenza globale, trainata dai primati tecnologici e industriali, rischia ora di perdere una delle battaglie più difficili del XXI secolo: quella demografica, nella quale peraltro anche l’Europa ha i suoi problemi da risolvere.

 

Invecchiamento della popolazione e calo della forza lavoro

Vero è che siamo nel Terzo millennio, non nell’Ottocento in cui Napoleone conquistò l’Europa anche grazie al boom di nuovi nati in Francia nei lustri precedenti. Oggi una rapida crescita della popolazione non si traduce automaticamente in un “miracolo economico”. A dimostrarlo è la stessa Cina: nell’ultimo decennio la sua forza lavoro è scesa del 3% a 968 milioni di persone, ma questo non ha impedito a Pechino di polverizzare record su record in fatto di crescita del Pil. Nel Terzo millennio a fare girare l’economia sono anche altri fattori: l’innovazione tecnologica, l’innalzamento dell’età pensionabile, la diffusione e qualità dell’istruzione, la riduzione del gender gap lavorativo.

Quello che preoccupa, come sottolinea Gideon Rachman sul Financial Times, è la struttura demografica cinese di lungo periodo. Ovvero l’invecchiamento della popolazione. Si stima infatti che entro il 2040 circa il 30% degli abitanti del Dragone sarà rappresentata da ultrasessantenni, i quali dovranno essere supportati da una forza lavoro in calo, con il risultato di rallentare il ritmo della crescita economica. Il problema quindi non è che Pechino perderà lo scettro di nazione più popolosa del mondo a vantaggio dell’India (che a fine secolo dovrebbe toccare 1,5 miliardi di abitanti, contro il miliardo del Dragone), ma che la popolazione cinese oltre a ridursi sta invecchiando in fretta. Secondo il database della Banca Mondiale, oggi gli over 64 sono quasi triplicati al 12% della popolazione contro il 4,6% del 1980, mentre i cinesi under 16 si sono dimezzati dal 36% di quarant’anni fa al 17,7% di oggi. Segnali pericolosi in un Paese che tra l’altro, a differenza degli Stati Uniti, non può utilizzare in modo significativo la leva dell’immigrazione per invertire il deterioramento della curva demografica.

Fonte: Censimenti della popolazione delle Repubblica Popolare Cinese

 

Più benessere, meno figli

La politica del figlio unico, introdotta da Pechino nel 1979 per evitare l’incubo delle carestie della Cina povera e contadina di fine anni Cinquanta (quando si stima fossero morte di fame 30 milioni di persone), si è rivelata un boomerang nella Cina industriale e tecnologica di oggi, che rivaleggia con gli Stati Uniti per il trono di prima superpotenza mondiale. Il via libera ufficiale al secondo figlio, nel 2016, e addirittura al terzo, nel 2021, non sono riusciti a invertire il pericoloso trend demografico del Dragone. Questo perché nelle grandi città cinesi di oggi crescere un figlio costa tanto: almeno 131mila dollari solo fino al compimento del 15° anno, secondo un report della Shanghai Academy of Social Sciences, pari al 70% del reddito disponibile delle famiglie di fascia medio-bassa. Decisamente troppo per le giovani coppie, quelle nate dopo il 1990 e proiettate su un percorso di indipendenza, carriera e benessere economico.

La svolta di Deng Xiaoping degli anni Ottanta verso l’economia di mercato ha generato sì ricchezza, ma anche crescenti squilibri nella sua distribuzione, e l’attivismo dell’attuale presidente Xi Jinping per ritrovare una maggiore equità in nome della “prosperità comune”, come la definisce Pechino, al momento non è riuscito a sciogliere i nodi demografici del Dragone. In assenza di un consolidato sistema di politiche familiari degne di questo nome, le coppie cinesi restano quindi al figlio unico. Oppure scelgono proprio di non avere prole, mettendo Pechino sempre più all’angolo sul ring della “battaglia demografica” globale.

 

Ti potrebbe interessare:

Il presente documento ha finalità unicamente informativa e i relativi contenuti non vanno intesi come ricerca in materia di investimenti o analisi su strumenti finanziari ai sensi della Direttiva MiFID II (2014/65/UE), raccomandazione, offerta o sollecitazione all’acquisto o alla vendita di strumenti finanziari o alla partecipazione a strategie commerciali da parte di AXA Investment Managers o di società ad essa affiliate. I pareri, le stime e le previsioni qui riportati sono il risultato di elaborazioni soggettive e potrebbero essere modificati senza preavviso. Non vi è alcuna garanzia che eventuali previsioni si concretizzino. Informazioni su terze parti sono riportate unicamente per fini informativi. I dati, le analisi, previsioni e le altre informazioni contenuti nel presente documento sono forniti sulla base delle informazioni a noi note al momento della predisposizione degli stessi. Pur avendo adottato ogni precauzione possibile, non viene rilasciata alcuna garanzia (né AXA Investment Managers si assume qualsivoglia responsabilità) sull’accuratezza, affidabilità presente e futura o completezza delle informazioni contenute nel presente documento. La decisione di far affidamento sulle informazioni qui presenti è a discrezione del destinatario. Prima di investire, è buona prassi rivolgersi al proprio consulente di fiducia per individuare le soluzioni più adatte alle proprie esigenze di investimento. L’investimento in qualsiasi fondo gestito o promosso da AXA Investment Managers o dalle società ad essa affiliate è accettato soltanto se proveniente da investitori che siano in possesso dei requisiti richiesti ai sensi del prospetto informativo in vigore e della relativa documentazione di offerta.

Qualsiasi riproduzione, totale o parziale, delle informazioni contenute nel presente documento è vietata.

A cura e sotto la responsabilità di AXA Investment Managers Italia SIM S.p.A., Corso di Porta Romana, 68 – 20122- Milano, Tel +39 02 5829911, iscritta al n. 210 dell’albo delle SIM tenuto dalla CONSOB www.consob.it.]

© AXA Investment Managers 2021. Tutti i diritti riservati.