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Sulla parità di genere si può fare di più

Il tema della parità di genere è strategico nella prospettiva di un modello di sviluppo più sostenibile. L'Ue ne ha fatto uno dei temi di azione prioritari, l'Italia registra gli effetti della legge sulle "quote rosa". Ma resta parecchia strada da fare e diventa centrale il ruolo degli investitori responsabili.

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Resta ancora molto da fare affinché la parità di genere, o gender equality, sia una realtà. Molto, però, è stato anche fatto, sulla base di una diffusa consapevolezza ormai raggiunta dell'importanza fondamentale, soprattutto nella prospettiva di un modello di sviluppo più sostenibile, che le donne acquisiscano un peso maggiore nel lavoro e nell'economia, con particolare riferimento alla loro presenza in posizioni aziendali apicali. Il tema è all'attenzione di molteplici attori, in particolare dei regolatori e degli investitori.

 

La strategia Ue

La parità di genere è stata indicata come uno dei temi prioritari dalla nuova Commissione europea guidata dalla presidente Ursula von der Leyen, che nelle prime fasi del suo mandato ha presentato la Strategia per la Parità di Genere, nella prospettiva del Global Goal 5 degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Fra gli obiettivi principali che si vuole conseguire vi sono ad esempio la riduzione del gap di genere nel mercato del lavoro e all'interno degli organismi di decisione politica, la lotta alle differenze di retribuzione (pay gap) tra uomini e donne, il contrasto agli stereotipi di genere.

Fonte: Gender Equality Strategy, European Commission, 5 marzo 2020

 

Si tratta di obiettivi piuttosto ambiziosi alla luce dell'attuale situazione europea in termini di pari opportunità. Nell'Unione europea, ad esempio, sono occupate il 67% delle donne, contro il 78% degli uomini. Il divario retributivo di genere è in media di circa il 16% a favore degli uomini. Nelle maggiori società quotate in Borsa, sono donne il 7,5% dei presidenti dei consigli di amministrazione e il 7,7% degli amministratori delegati. Nel Parlamento Ue eletto nel 2019 sono donne il 39% dei membri.

Fonte: Gender Equality Strategy, European Commission, 5 marzo 2020

 

La situazione in Italia

La fotografia dell'Italia in termini di parità di genere restituisce un quadro sostanzialmente allineato a quello europeo e in progressivo miglioramento dopo il varo della legge sulle cosiddette "quote rosa". Secondo lo studio effettuato da Cerved e Fondazione Marisa Bellisario in collaborazione con l'Inps, la presenza di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate è al 36,3% (nel 2019), in crescita dal 27,6% di due anni prima e con una vero e proprio balzo rispetto al periodo precedente alla legge sulle quote rosa (7,4%). Rispetto alle società quotate, fanno meno bene quelle controllate nella Pubblica amministrazione (28,4%) e soprattutto quelle non soggette alla legge sulle quote rosa (17,7%). In cifre assolute, le donne presenti nei consigli di amministrazione delle società quotate sono salite dalle 288 del 2012 (ultimo anno precedente all'entrata in vigore della legge sulle quote rosa) alle 811 del 2019. Sono donne, però, solo il 6,3% degli amministratori delegati e il 10,7% dei presidenti delle società quotate.

 

Il ruolo degli investitori

«La diversità di genere nel business - dice Anne Tolmunen di AXA Investment Managers, gestore di una strategia d’investimento focalizzata su aziende che tengono in considerazione questo aspetto - più che un semplice obiettivo sta diventando la norma, in quanto dagli investitori è considerata indice di buon governo societario e in generale un fattore che migliora gli standard ESG (ambientali, sociali e di governance), a loro volta collegati a migliori prestazioni finanziarie. Tuttavia restano dei problemi, come il famoso "soffitto di vetro", cioè poche donne nei ruoli apicali, o il cosiddetto "pavimento appiccicoso", che frena le donne quando si tratta di salire la scala delle gerarchie aziendali».

Oltre agli interventi dei regolatori, per la promozione della parità di genere un ruolo fondamentale può dunque essere giocato dagli investitori. In particolare da quelli che integrano principi e criteri di sostenibilità, che sono focalizzati sulla diversità di genere e che praticano l'engagement, cioè l'attività di dialogo e confronto con le società investite per stimolarle a migliorare le loro performance ESG. Fra i temi su cui gli investitori "attivi" aderenti al network internazionale ICCR (Interfaith Center on Corporate Responsibility) hanno presentato più risoluzioni per la stagione 2020 delle assemblee delle società quotate negli Stati Uniti, quello della "diversity and inclusiveness" occupa il quarto posto, dopo diritti umani, climate change e spese in ambito politico (lobbying).

«Gli investitori devono esaminare e valutare tutti gli indicatori chiave sulla diversità di genere - spiega Tolmunen - ma anche considerare le strategie delle aziende, le loro ambizioni in termini di obiettivi, le politiche di assunzione e valutazione del personale. Maggiore controllo e pressione degli investitori possono far diventare la diversità di genere in futuro un vero e proprio requisito aziendale»

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