Investire in Borsa con i “big data” alternativi: satelliti, droni, geolocalizzazione e social network

Gli investimenti nel mercato dei “dati alternativi” (dati ricavati da immagini satellitari, droni, o da internet, social networks, smartphones e transazioni digitali) sono cresciuti il doppio rispetto all’anno scorso e sembrano destinati a crescere ulteriormente.

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Fu una doccia fredda per molti investitori. Nell’agosto del 2017 Under Armour, il famoso brand sportivo statunitense protagonista del film “Ogni maledetta domenica” di Oliver Stone e di “House of Cards”, a sorpresa annunciò una pessima trimestrale, scivolando del 9% in Borsa in una sola giornata. Una doccia fredda per molti investitori, ma non per tutti. Alcuni hedge funds  sapevano delle difficoltà dell’azienda e quel giorno fecero un sacco di soldi. Sapevano perché qualcuno aveva setacciato e analizzato per loro i “big data” relativi a Under Armour su Internet: il calo delle offerte di lavoro, le recensioni dei manager su Glassdoor, la diminuzione dei prezzi di molti articoli.

E anche quando nel 2016 la catena di fast food messicana Chipotle annunciò sempre a sorpresa una pessima prima trimestrale, con vendite crollate del 30%, qualcuno sapeva: il ceo del social di geolocalizzazione Foursquare, Jeff Glueck, che aveva scoperto dai big data come fossero drammaticamente precipitati gli ingressi dei suoi utenti nei ristoranti della catena.

 

A caccia di dati alternativi 

Si chiamano “dati alternativi”: montagne di informazioni preziose come oro ricavate da immagini da satellite o da droni, oppure raccolte in miliardi di pagine internet, nei social network, nei dispositivi di geolocalizzazione degli smartphone o ancora ricavati da milioni di transazioni delle carte di credito o dei sistemi di pagamento. Gli investimenti in questo mercato, secondo alcuni analisti, sono cresciuti del 52% rispetto all’anno scorso e sono destinati quest’anno a superare di slancio il miliardo di dollari di valore per poi balzare a 1,7 miliardi nel 2020. Le società attive fornitrici di “dati alternativi” sono oltre quattrocento, con il 78% dei fondi hedge che utilizzano queste preziose fonti di informazioni. Tra i nuovi protagonisti del settore c’è per esempio Orbital Insight, fondata in California da un ex analista di big data di Google e della Nasa, in grado di mettere in campo una potenza di analisi colossale al servizio dell’intelligence finanziaria. Oppure SpaceKnow, anch’essa californiana, in grado di monitorare dall’alto oltre seimila impianti industriali cinesi analizzando 2200 milioni di immagini satellitari scattate negli ultimi quattordici anni, con l’obiettivo di capire come va l’economia del Dragone: il risultato è stato addirittura la creazione di un indice, il China Satellite Manufacturing Index, approdato ufficialmente tre anni fa sui terminali Bloomberg.

Muoversi in Borsa sulla base dei “dati alternativi” funziona? La maggior parte dei gestori di fondi hedge ne è convinta, se non altro per avere conferme sulle proprie idee di investimento. Una ricerca scientifica delle Università della California e del Kentucky (“On the Capital Market Consequences of Alternative Data: Evidence from Outer Space”) ha analizzato i big data forniti dalla società specializzata RS Metric sul numero di auto presenti dal 2011 al 2017 nei parcheggi di 67mila esercizi commerciali di 44 colossi retail statunitensi, da Walmart a Starbucks, da Costco alla Whole Foods acquistata da Amazon. La strategia d’investimento dei ricercatori americani era di una semplicità disarmante: comprare le azioni di una società retail quando i parcheggi si riempiono di auto, venderle quando restano semideserti. Ma i risultati si sono rivelati sorprendenti, con guadagni superiori in media del 4,7% rispetto ai benchmark di mercato.

 

I dubbi etici sulla privacy 

Sono quattro le fonti principali dei “dati alternativi”: immagini da satelliti e droni, pagine internet e social, traffico di carte di credito e sistemi di pagamento, geolocalizzazione. Quasi sempre le fonti vengono incrociate per garantire maggior efficacia: se voglio per esempio sapere qual è lo stato di salute di WalMart, analizzo contemporaneamente le foto da satellite dei parcheggi, le offerte di lavoro su internet, il “rumore” sui social media, il numero di transazioni da carte di credito e i flussi di persone indicate dai sistemi di geolocalizzazione degli smartphone.

Tutto viene monitorato, continuamante e senza confini: fabbriche, raffinerie, porti, scali ferroviari, navi petroliere e persino le singole autocisterne, grazie alle loro ombre proiettate sulle autostrade. Alcune piattaforme, come l’irlandese Eagle Alpha fondata da un ex banker di Morgan Stanley, hanno l’ambizione di “fotografare” i flussi commerciali delle principali economie mondiali prima che vengano diffusi i dati ufficiali degli istituti di statistica, dando agli hedge (e agli algoritmi da loro utilizzati) un vantaggio enorme.

Sul tavolo restano tuttavia molti dubbi sul fronte della privacy (come nel caso delle tecnologie di riconoscimento facciale), al punto di aver spinto grandi hedge funds come AQR Capital Management e Man Group a rinunciare ai “dati alternativi” per timore delle conseguenze legali. A fare paura, in particolare, è l’accusa di insider trading . L’uso delle immagini “spaziali” è in teoria legale, poiché per esempio il numero di auto presenti in un parcheggio è un’informazione di pubblico dominio, ma l’analisi di una massa così colossale di dati rappresenta una chiara asimmetria informativa. Un chiaro vantaggio dei fondi hedge rispetto al piccolo risparmiatore. E cosa dire delle informazioni sui flussi delle carte di credito o sulla geolocalizzazione degli smartphone? I clienti hanno autorizzato la cessione di tali dati a terzi? Sul vasto e delicato fronte dei “dati alternativi” manca ancora una decisa presa di posizione degli organismi di regolamentazione dei mercati finanziari, a partire dalla statunitense Sec. Il che, tuttavia, non sta rallentando la corsa di questo settore.

 

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