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Digital transformation nelle aziende tradizionali: come innovare tornando “startup” attraverso la cultura della sperimentazione

Colossi come Apple hanno commesso diversi errori prima di trovare la strada giusta. Ma nella cultura d’impresa anglosassone è normale: il fallimento è considerato una tappa quasi obbligata per raggiungere il successo. Mentre in Europa spesso le imprese consolidate dimenticano quanto sia importante sperimentare. Soprattutto nell’era della “digital transformation”.

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“Il fallimento è molto più interessante del successo”, aveva messo nero su bianco circa un secolo fa lo scrittore inglese Max Beerbohm in un intrigante aforisma alla Oscar Wilde. Nell’epoca della “digital transformation” non c’è nulla di più vero: l’innovazione nasce dalla sperimentazione, dal “provare strade nuove”, dalla cultura startup di stampo anglosassone. E anche dal sapere gestire i propri errori, che comunque alimentano la generazione di nuove idee, la curiosità, l’assunzione di rischi, la sperimentazione e l’atteggiamento positivo nei confronti del cambiamento.

Ma le grandi imprese consolidate, in Europa, sono ancora in grado di innovare? Diciamo che potrebbero fare molto di più. Il focus delle strategie aziendali è fermo da tempo su efficienza e taglio dei costi, non su sperimentazione e creazione di valore: i margini crescono (o resistono) non tanto per l’aumento dei ricavi, quanto per la diminuzione delle spese. «Una strategia che funzionava in un mercato statico - spiega Antonio Ghezzi, Coordinatore del Comitato Direzionale del percorso Startup Boot Camp FLEX del MIP Politecnico di Milano - ma non in quelli iperdinamici di oggi, dove spuntano ovunque nuovi attori “disruptive” che cambiano le regole del gioco e del mercato», rischiando di portare vecchi modelli di business verso il declino e il fallimento.

Come riportare le aziende tradizionali sui binari dell’innovazione? Non è facile, spiega ancora il docente del MIP, perché le imprese consolidate di solito replicano e scalano modelli di business esistenti. Spesso manca la volontà di sperimentare, anche per il timore di mettere a rischio le performance aziendali e i bonus dei manager. E invece l’innovazione nasce proprio per tentativi, facendo tesoro dei propri errori e definendo in modo rigoroso sia il perimetro d’indagine che le metriche delle sperimentazioni.

Attenzione però perché la cultura dell’errore non serve a nulla se non diventa “cultura dell’analisi dell’errore”. «L’analisi del fallimento è dolorosa e onerosa - sottolinea il docente del MIP - perché nessuno ama ripercorrere in dettaglio cosa è andato storto nella propria strada verso il sogno del successo. Richiede a monte uno sforzo sistematico e rigoroso di settaggio dell’“esperimento startup”, e a valle una categorizzazione delle cause del problema, del “come” e del “perché” gli eventi abbiano condotto a un determinato risultato, non soltanto del “cosa” sia stato ottenuto». Ma se si toglie alla cultura del fallimento questa connotazione scientifica e analitica, si corre il rischio di renderla inefficace.

Quello dell’innovazione inoltre è un tema culturale, spiega Ghezzi, non tecnologico: implica il rinnovamento di ruoli, procedure e sistemi, per fare in modo che l’organizzazione abiliti il cambiamento, senza ostacolarlo. Se ci pensiamo bene è stata proprio la cultura startup a fare la differenza tra la corporate America e il resto del mondo. «Fin dall’immediato secondo dopoguerra, negli Stati Uniti si è lavorato sodo per creare un’infrastruttura tecnologica, sociale e culturale che abilitasse la nascita sistematica e seriale di startup - sottolinea il docente del MIP - : un sostrato culturale di cui negli ultimi decenni abbiamo visto concretamente i frutti».

Importante per esempio è l’aggiornamento dei metodi di misura delle performance dei manager: il fatturato nella parte variabile del compenso va sostituito con i “proof of concept”, bozze di progetti o metodi per provarne la fattibilità, come i prototipi. Fondamentale è anche finanziare la sperimentazione con budget definiti, non occasionali.

 

Lombardia regina delle startup

Percentuale startup innovative sul totale nazionale, per regioni (nel 2° trimestre 2020)

 

Nella sperimentazione va infine messo in campo un approccio “lean startup”, che consiste nel formulare ipotesi di business da validare iniziando a raccogliere informazioni. Con un feedback negativo meglio lasciar perdere: il motto del “lean startup” è “fail fast”, fallisci in fretta e volta pagina subito, oppure modifica la tua idea. Quando però un’intuizione diventa un’impresa, un prodotto o una linea di business di successo, allora ripaga di tutti i fallimenti precedenti.

Forse l’equilibrio migliore lo troviamo a metà tra l’approccio sperimentale ma a volte inconcludente della startup e quello analitico delle più rigide imprese consolidate, conclude Ghezzi. Oggi grazie alle nuove tecnologie gli imprenditori e le loro organizzazioni possono mettere in campo sforzi elevati e quasi istantanei: il ciclo di vita di ciascuna idea, progetto o organizzazione può misurarsi in mesi o anni, e non più decenni. E’ il miracolo della digital transformation, che non va demonizzata o respinta ma abbracciata per creare anche in Italia un ecosistema virtuoso tra startup, PMI e grandi aziende consolidate.

 

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