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Coronavirus, è boom della telemedicina: così il consulto medico è diventato “virtuale”

L’emergenza Covid-19 ha costretto l’Italia ad accelerare sull’e-care, con videochiamate, mail, chat e decine di nuove app per le visite a distanza. C’è però ancora molta strada da fare. Soprattutto a livello di condivisione dei dati e coordinamento dei vari sistemi regionali.

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Come per scuola e lavoro, anche nella sanità il coronavirus sta segnando la fine di un’epoca: quella del tradizionale consulto medico-paziente, destinato a diventare sempre più digitale e flessibile, senza perdere di efficacia. Secondo un report di Frost&Sullivan, solo in marzo negli Stati Uniti l’emergenza ha fatto aumentare del 50% le sessioni di telemedicina. Entro la fine del 2020 i consulti “virtuali” supereranno la soglia del miliardo, stando alle recenti stime di Forrester Research: in pratica, oltreoceano un’intera professione si sta spostando dagli spazi fisici a quelli digitali. Anche l’Italia è stata costretta dal contagio a premere l’acceleratore sulla telemedicina. Impressionante, per esempio, è il moltiplicarsi delle app che permettono di monitorare a distanza i pazienti: prima dell’emergenza si contavano sulle dita di una mano, oggi secondo una recente ricerca dell’Università Cattolica sfiorano il centinaio, lanciate sul mercato al ritmo di una decina alla settimana. Si tratta di soluzioni adottate sia per i malati lievi di Covid-19 che per i cronici, costretti dall’emergenza a stare alla larga dalle strutture ospedaliere per ragioni di sicurezza.

Fonte: Philips Future Health Index 2019

*I 15 paesi FHI sono: Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Polonia, Australia, Brasile, India, Cina, Russia, Arabia Saudita, Singapore, Sudafrica, Stati Uniti.

 

La telemedicina in Italia

L’emergenza coronavirus ha insomma mostrato quanto siano ampi gli spazi di crescita per l’e-care nel nostro Paese. Secondo il Future Health Index 2019 di Philips, l’anno scorso quasi quattro medici italiani su dieci affermavano di non aver mai utilizzato strumenti veri e propri di telemedicina nel loro studio o in ospedale. Tra le barriere percepite dai camici bianchi, si segnalavano la mancanza di formazione sulle nuove tecnologie (47% del totale), la preoccupazione sulla privacy o la sicurezza dei dati (40%) e i dubbi sull’accuratezza della tecnologia (30%). E’ vero che, sempre secondo il Future Health Index, l’Italia risulta prima in Europa per utilizzo di tecnologie digitali da parte dei medici (88%), davanti a Paesi Bassi (86%), Francia (79%), Gran Bretagna (72%) e Germania (64%), ma spesso si tratta di strumenti di base, come semplici e-mail o messaggi su WhatsApp, mentre oggi quello che serve è passare in modo coordinato all’integrazione e alla condivisione di dati. L’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano conferma questo scenario: la maggioranza dei medici di base utilizza l’e-mail (85%) o WhatsApp (64%) per comunicare con i pazienti, ma meno di un cittadino su cinque fa il percorso inverso per dialogare con i camici bianchi. E di fatto non esiste un sistema nazionale di teleassistenza.

 

Gli ostacoli percepiti dai medici italiani nell’utilizzo della telemedicina

Fonte: Philips Future Health Index 2019

 

I requisiti tecnologici

Per costruire un sistema di e-care nazionale degno di questo nome, il primo passo è sviluppare un’architettura tecnologica che metta al centro di tutto il dato, fondamentale come abbiamo visto non solo nella routine ma soprattutto durante le emergenze sanitarie. I dati devono essere “nativi digitali”, semplici da gestire, tracciabili e sicuri, anche sotto il profilo della privacy. Prima dell’emergenza, il modello organizzativo sanitario italiano non poneva i dati digitali al centro della sua attività di programmazione, gestione, direzione e monitoraggio. Ma il coronavirus ci ha insegnato tante cose, costringendoci a correre.

 

I ritardi italiani

Il primo passo verso lo sviluppo di un sistema nazionale di e-care risale al luglio 2012, quando il Consiglio superiore di Sanità approvò le Linee di indirizzo sulla telemedicina, chiedendo al ministero della Salute di puntare sull’innovazione tecnologica per riorganizzare l’assistenza sanitaria attraverso nuovi modelli organizzativi. Nel 2016 è arrivato il Patto per la sanità digitale, nuovo impulso verso la telemedicina per migliorare i servizi cercando allo stesso tempo di risparmiare risorse finanziarie. Qualche risultato si è iniziato a vedere. Nel 2018 la spesa per la sanità digitale è cresciuta del 5% rispetto all’anno precedente (contro il 2% del 2017), sfiorando gli 1,4 miliardi di euro. Il problema resta però la frammentazione e la dispersione delle risorse. I sistemi sanitari sono organizzati da Regioni che non sempre dialogano tra loro: per esempio all’Osservatorio nazionale per la valutazione e il monitoraggio delle applicazioni e-care, costituito nel lontano 2007, partecipano solo Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Liguria, Marche, Campania e Sicilia. Esistono insomma molti progetti di telemedicina, ma sono poco armonizzati tra loro e stentano a trovare una linea di sviluppo comune. Lo stesso Fascicolo sanitario elettronico, istituito cinque anni fa, oggi è adottato solo da dodici Regioni su venti.

 

I vantaggi economici e pratici

E dire che l’e-care assicurerebbe risparmi notevoli a un sistema sanitario pubblico italiano che, solo nel decennio 2010-2019, ha visto svanire 37 miliardi di euro di finanziamenti (nonostante pesi ancora per l’8,8% sul nostro Pil). Secondo l’Enpam, l’ente di previdenza dei medici, l’adozione massiccia e coordinata della teleassistenza solo sui malati cronici farebbe risparmiare almeno tre miliardi di euro l’anno. Un’occasione da non perdere per migliorare la qualità del servizio risparmiando allo stesso tempo soldi pubblici. L’emergenza coronavirus ha fatto bruciare le tappe alla medicina a distanza, ma non bisogna limitarsi alle e-mail o a WhatsApp: la teleassistenza va pensata in grande, in modo strutturato e coordinato.

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