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Come Internet e i social hanno modificato il funzionamento del nostro cervello

Ogni giorno oltre quattro miliardi e mezzo di persone si collegano a una Rete che trent’anni fa era semisconosciuta. Il trionfo del digitale ha cambiato volto non solo a economia e società, ma anche ai meccanismi di funzionamento del nostro cervello. In particolare in tre aree: l’attenzione, la memoria e le interazioni sociali. Ecco come

Tempo di lettura: 5 minuti

 

Internet rappresenta la tecnologia su larga scala adottata più in fretta nella storia dell’umanità. Ogni giorno si stima che 4,66 miliardi di persone si connettano al web (il 93% da device mobili) per lavorare, acquistare, viaggiare, socializzare, divertirsi, rilassarsi e così via. Nei Paesi sviluppati buona parte della popolazione è continuamente collegata a una Rete che trent’anni fa quasi non esisteva. Una rivoluzione non solo per economia e società, ma anche per il nostro cervello.

La digitalizzazione delle nostre vite sta infatti cambiando i processi cognitivi del genere umano, in particolare per i “nativi digitali” della Generazione Z, spiega un recente e interessantissimo studio (The “online brain”: how the Internet may be changing our cognition) condotto da un team internazionale di ricercatori provenienti dalla Western Sydney University, da Harvard, dal Kings College, da Oxford e dall’Università di Manchester.

Internet sta creando nuovi meccanismi di funzionamento del nostro cervello, mette nero su bianco il gruppo di esperti dopo aver fatto il punto su decine di analisi scientifiche e ricerche mediche. E non potrebbe essere altrimenti: l’encefalo è un organo dinamico, malleabile, sensibile nella sua architettura neurale a stimoli esterni. I nostri processi cognitivi stanno perciò adattandosi al “new normal” con cui cerchiamo informazioni, lavoriamo e socializziamo, innescato dalla rivoluzione Internet. Tre, in particolare, sono le aree interessate: l’attenzione, la memoria e le interazioni sociali, con i loro corollari di autostima e rappresentazione del sé. Cerchiamo di capire meglio.

 

1. Concentrazione più difficile

Ogni giorno Internet risucchia buona parte della nostra attenzione, in particolare per chi è sempre online. E lo fa senza tregua, in modalità multitasking e iperconnessa, attraverso i nostri rapidi ma incessanti controlli degli smartphone per verificare l’arrivo di informazioni di vario tipo (dal lavoro alle news e alle interazioni sui social network). Si tratta di comportamenti compulsivi che secondo la letteratura scientifica hanno portato a una diminuzione della nostra capacità cognitiva, in particolare quando è necessaria una lunga concentrazione.

Il nostro cervello non riesce infatti a ignorare il continuo martellamento di distrazioni che arrivano sullo schermo dello smartphone, spiega la ricerca. Non è un fenomeno da sottovalutare, soprattutto nei bambini e negli adolescenti, che si trovano in una fase cruciale di crescita e sviluppo delle loro capacità cognitive. Senza contare che la “dipendenza compulsiva da smartphone” può impattare negativamente anche in modo indiretto, per esempio riducendo le ore di sonno, oppure togliendo tempo prezioso ad attività di socializzazione e al pensiero creativo.

Fonte: Kepios Analysis

 

2. Internet come “memoria esterna”

Per la prima volta nella storia, grazie a Internet l’uomo ha accesso immediato alle informazioni di cui ha bisogno. E’ tutto racchiuso nel suo smartphone: basta chiedere e arriva una pioggia di risposte. Assieme agli innegabili vantaggi, questa “nuova normalità” digitale - sconosciuta al vecchio mondo analogico - porta con sé altre modifiche del nostro cervello. In particolare per quanto riguarda la memoria semantica, quella relativa ai fatti.

Tutte le ricerche scientifiche sono infatti d’accordo nel definire la Rete come una colossale “memoria esterna” o, come viene definita dagli studiosi, una “memoria transattiva”. Non si tratta di una novità. La memoria transattiva esiste da millenni nella storia dell’uomo: è quella con cui i ricordi vengono affidati alla famiglia, alla comunità o più in generale alla società per poterli tramandare attraverso le generazioni. Internet però rappresenta un nuovo tipo di memoria transattiva, perché conserva tutte le informazioni esatte: quindi non richiede da parte dell’uomo o della società lo sforzo di ricordare con precisione i fatti, perché questi possono essere trovati istantaneamente in ogni momento. In questo modo la Rete ha quindi reso ridondanti e quasi inutili le tradizionali opzioni per tramandare la memoria, come la famiglia, la comunità e le enciclopedie.

La conseguenza di tutto ciò è facilmente intuibile. In uno studio sperimentale, è stato chiesto ad alcune persone di trovare informazioni su una vecchia enciclopedia e ad altre di cercare su internet. Risultato: chi si è rivolto al web ha trovato quello che cercava prima degli altri, ma ha avuto più difficoltà a ricordare accuratamente le nozioni raccolte. Non solo. Secondo altri studi, la dipendenza da internet per ottenere informazioni ha portato a confondere le proprie capacità mnemoniche con quelle del proprio smartphone. Individui sempre più connessi ai propri device finiscono per sentirli come un prolungamento di sé, che diventerà ancora più pronunciato con l’affermarsi di tecnologie wearable, di realtà virtuale o di realtà aumentata.

 

3. Le nuove interazioni sociali digitali

Da sempre le relazioni sociali giocano un ruolo di primo piano nel benessere dell’uomo, nella sua felicità e persino nella capacità di vivere più a lungo (come dimostrano i tanti ultracentenari della Sardegna). E’ stato scientificamente provato che ogni individuo ha circa 150 amicizie, divise in cinque diversi gradi di profondità: dal partner all’amico del cuore, fino ai conoscenti. Nell’ultimo decennio l’avvento dei social network ha provocato un aumento impressionante del numero di “amici”, almeno di quelli online. Una moltitudine di “friends” su Facebook o Instagram che spesso però risultano ben più superficiali di quelli in carne e ossa.

La dialettica tra amicizie offline e online è un tema delicato: è un po’ come se si giocasse alla stessa partita, spiegano gli esperti, ma in un campo profondamente diverso. Facciamo un esempio. Nel mondo reale l’accettazione o il rifiuto da parte di un amico sono spesso concetti liquidi, opinabili, mentre nel mondo online sono indicati da metriche precise come il numero di “friends”, di “followers” e di “like”. E diversi studi scientifici hanno confermato come affidarsi ai feedback online per la propria autostima possa portare ad ansia e depressione, in particolare in certi adolescenti che si sentono isolati ed esclusi perché non sufficientemente popolari sui social.

A questo si aggiunge un altro problema. L’immagine che i social restituiscono dei teenager spesso non è quella reale: è uno specchio incantato in cui tutti appaiono più belli, felici e realizzati che nella vita reale. Questo può portare gli adolescenti ad aspettative irrealistiche su di sé, provocando cortocircuiti sul versante dell’autostima, seguiti da ansia e depressione.

La morale? C’è ancora molto da capire sugli effetti di lungo periodo della digitalizzazione sui nostri processi cognitivi, ma una cosa è certa: nulla sarà più come prima.

 

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