La rete potrebbe avvantaggiare i monopoli

Da una parte internet aiuta le imprese a guadagnare quote di mercato, a promuovere i propri prodotti, a facilitare la distribuzione, ma dall’altra ha aumentato la concorrenza tra grandi e piccoli, più produttivi e meno produttivi.

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Secondo numerosi esperti e policymaker, il potere dei monopoli rappresenta un grave problema economico correlato all’influenza del governo, agli effetti della rete digitale o alle naturali tendenze del sistema capitalista.

Alcuni economisti invitano invece alla cautela. È infatti possibile che le grandi aziende con una posizione dominante conquistino quote di mercato non perché il sistema è manipolato o instabile, bensì perché sono semplicemente più produttive di altre imprese. Se tali aziende sono più redditizie, è perché lanciano sul mercato prodotti migliori, oppure trovano modi più ingegnosi di contenere i costi.

C’è anche una terza possibilità che si posiziona a metà strada. Sebbene in genere gli economisti si concentrino sul modo in cui la tecnologia influisce sulla produttività, è altresì possibile che le nuove tecnologie abbiano modificato le dinamiche della concorrenza tra le imprese.

Grazie a Internet diventa più facile conoscere il mercato, promuovere i prodotti, pubblicizzare la propria attività e gestire catene di distribuzione a distanza. Trent’anni fa, per aprire un negozio o promuovere un marchio in una nuova località, bisognava poter contare su una presenza capillare sul territorio, mentre oggi buona parte del lavoro si può svolgere da remoto. Questo vale ancora di più per le società di servizi online che, a parte la sede principale, hanno una presenza fisica limitata. Internet consente inoltre il rapido sviluppo di nuovi prodotti e l’ingresso in nuove linee di attività.

In questo modo, Internet alimenta anche la concorrenza, più che mai rispetto al passato. Le imprese che una volta contavano sulle lunghe distanze o sulle specializzazioni di nicchia oggi devono improvvisamente affrontare la concorrenza di molteplici aziende in condizioni di parità. Le aziende vincenti in una regione in genere hanno successo anche in altre aree poiché presentano vantaggi in termini di qualità, efficienza o innovazione. Dunque, la concentrazione industriale aumenta a livello nazionale.

Questa almeno è la teoria, ed effettivamente non mancano le prove a sostegno di questa tesi. Sulla base di recenti ricerche, sebbene la concentrazione a livello nazionale sia aumentata, è scesa quella a livello locale. Pochi colossi stanno spazzando via le aziende più piccole del Paese che avevano una posizione forte a livello regionale.

 

Da un saggio degli economisti German Gutierrez e Thomas Philippon emerge che le società più efficienti del Paese hanno registrato un rallentamento della crescita della produttività dal 2000, in concomitanza con l’aumento delle loro dimensioni. Uno dei motivi potrebbe essere che le società più grandi si sono assicurate maggiori protezioni a livello di proprietà intellettuale o favori da parte del governo. Oppure è la tecnologia che le aiuta a conquistare altri mercati, e il loro piccolo vantaggio iniziale in termini di produttività diventa schiacciante.

Gli economisti Philippe Aghion, Antonin Bergeaud, Timo Boppart, Peter Klenow e Huiyu Li hanno sviluppato una teoria che tenta di spiegare questo processo. Secondo la loro ricerca, le nuove tecnologie consentono alle imprese di espandersi più facilmente verso nuove linee di prodotto all’interno di un settore. Le società che sono più efficienti superano la concorrenza. Gli sforzi iniziali per espandere l’attività determinano un picco nella crescita della produttività durante la fase di sviluppo di nuovi prodotti. Ma dopo aver avuto successo su tali mercati, queste imprese rallentano e si adagiano sugli allori. Ed è qui che iniziano a manifestarsi i problemi del monopolio e la crescita della produttività cala.

È un percorso che emerge molto bene dalle stime di Gutiérrez e Philippon. La ricerca ha infatti evidenziato che negli anni ‘90 le superstar si comportavano veramente come tali, contribuendo in misura massiccia alla produttività. Ma dopo il 2000 c’è stata un’inversione di tendenza. E sebbene Aghion e i suoi colleghi non abbiano inserito nel modello la concorrenza in termini geografici, il risultato probabilmente sarebbe lo stesso.

Dunque, è possibile che le aziende superstar prevalgano nell’America capitalista semplicemente perché Internet ha semplificato tali dinamiche. Se ciò fosse vero, i fautori dell’antitrust e le autorità di vigilanza dovrebbero rivedere il loro approccio. Smembrare questi colossi confinandoli a livello regionale, come è stato fatto con Standard Oil Co. e Bell Telephone Co., potrebbe non essere altrettanto efficace con le moderne superstar. Per loro sarebbe facile ritornare velocemente a occupare i vecchi mercati. Uno smembramento per linea di prodotto, come quello proposto per Facebook e Instagram, potrebbe portare ad analoghe e rapide inversioni di tendenza.

Se non è possibile disgregare le aziende per regione o linea di prodotto, sarebbe possibile scioglierle del tutto? Oppure l’unica speranza di tenerle a bada è la regolamentazione? Gli economisti e i giuristi che stanno valutando seriamente l’introduzione di norme antitrust dovranno rispondere a tale domanda. Se l’information technology ha cambiato radicalmente le modalità di concorrenza tra le imprese, la regolamentazione deve evolversi per tenere il passo.

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