Quo vadis globalizzazione?

Uno dei temi più gettonati in questo periodo di crisi economica mondiale è la globalizzazione. Miriadi di articoli sulle forze centrifughe che attualmente sono in atto e che potrebbero portarci indietro di decenni nel processo unidirezionale di globalizzazione. Le conseguenze socio-economiche e politiche di questo processo sono incerte e complesse e fanno paura sia al business che alla politica. Stando ai dati, negli ultimi 50 anni siamo passati dal “made in Japan” al “made in Vietnam”, con conseguenze dirompenti per il modello di business di intere generazioni. Ma questo non ha assolutamente rallentato il processo di globalizzazione. Anzi, questo processo è addirittura accelerato dal 1990 in poi, sotto l’ala protettrice di quella dottrina liberista che viene oggi definita il “consenso di Washington”.

Il Politecnico di Zurigo (ETH) produce un indice di globalizzazione: dal 1970 al 1990, questo indice è aumentato del 12%, per poi aumentare del 45% nei seguenti 20 anni. È probabile che siamo a un punto di arresto? È probabile un passo indietro? Io non lo credo. Il motivo è molto semplice: la ricerca del profitto. Se c’è una teoria economica che si è dimostrata valida nel tempo, questa è la teoria dei vantaggi comparati formulata da David Ricardo nel 1817. Alla base di questa teoria sta la specializzazione, che sfocia poi in un vantaggio di produttività e quindi di efficienza dei costi. Ovviamente, riportare la filiera produttiva sul suolo domestico può avere un vantaggio in termini di voti e di consenso politico. Ma dal punto di vista del profitto, neppure un paese con un network produttivo complesso come gli Stati Uniti posso permettersi il lusso di produrre tutti i beni in casa.

Ovviamente, siamo di fronte all’ennesimo processo di equilibrio. Ai potenti della terra è richiesto un esercizio di sintesi tra il mondo di Bretton Woods, composto da migliaia di contratti bilaterali, e quello iper-globalizzato del WTO. Purtroppo, come sappiamo dal lavoro di Dani Rodrik trovare una sintesi potrebbe essere un esercizio estremamente complesso. In teoria, il campo delle scelte possibili è ristretto: Globalizzazione, democrazia, sovranità. Ogni popolo, ogni governo può scegliere solo due di queste tre opzioni simultaneamente, ma non tutte tre. Per esempio, il mondo di Bretton Woods era una sintesi di sovranità nazionale e di democrazia, ma non era un mondo iperglobalizzato. L’ordine mondiale di Clinton e Blair, invece prevedeva un mondo altamente democratico e iperglobalizzato, come sappiamo dall’indice dell’ETH. Infine, il mondo all’epoca di Trump, Putin e Xi è un compromesso dorato tra la globalizzazione è la sovranità nazionale, il concetto di “America first”.

Io credo che il compromesso del futuro passerà necessariamente per i poli della globalizzazione (i.e. profitto) e delle politiche democratiche, sarà quindi un passetto indietro rispetto agli estremi a cui siamo abituati oggi. Ma sarà un passo indietro con ovvi benefici sia in termini di economia che di società. Mi permetto anche di estendere l’analisi del Prof. Rodrik al tema della sostenibilità ecologica, una scelta che è necessaria perché anche le generazioni future possano godere appieno dei benefici economici e sociologici del connubio democrazia-globalizzazione.

 

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