Cina: siamo di fronte a una crisi finanziaria?

La Cina è sempre in prima pagina, essendo una superpotenza. Ma negli ultimi giorni ha anche monopolizzato l’interesse dei mercati, mettendo in secondo piano addirittura la riunione della Federal Reserve. In quest’articolo, vorrei cogliere l’occasione per commentare non solo gli eventi di mercato degli ultimi giorni, ma anche la strategia di lungo periodo di Pechino.

Per quanto riguarda i mercati, si sono sprecati i paragoni con situazioni presunte simili del passato: Long Term Capital Management, Lehman Brothers, Bear Sterns eccetera. A mio avviso, siamo di fronte a una “crisi” pilotata e non necessariamente dettata solo dalle leggi di mercato. Pechino ha scelto di gestire l’indebitamento e la leva finanziaria in alcuni settori dell’economia cinese con un approccio volutamente attivo, innescando così il processo di deleveraging. Processo che può risultare oneroso a livello locale, ma che per scelta del governo centrale non può essere sistemico. Se non altro perché questo processo è circoscritto a settori specifici e in teoria è gestibile con strumenti macroprudenziali e monetari, senza cioè richiedere il coinvolgimento dei taxpayer. L’assenza di una reazione degli swap spread sul Treasury americano è testimonianza del fatto che non si tratti di una crisi di liquidità sistemica come per esempio fu la Grande Crisi Finanziaria del 2008/2009. 

Concentriamoci ora sulla strategia di lungo periodo. L’ultimo censimento ha suonato un campanello d’allarme, evidenziando un preoccupante invecchiamento della popolazione oltre che una riduzione della popolazione in età da lavoro. Non sorprende quindi la scelta di Pechino di concentrarsi sul business dell’educazione secondaria, che leva risorse alle famiglie, incidendo così sulla composizione dei nuclei famigliari e in ultima analisi sul trend demografico. La politica di “common prosperity” può apparire come un revival di filosofie marxiste, ma una seconda e più attenta analisi evidenzia la ferma intenzione di Xi Jinping di traghettare l’economia e la società cinese verso un futuro più sostenibile, inclusivo e stabile. 

La mia view personale è semplice: rimodulare una economia da 15 mila miliardi di dollari e 1.4 miliardi di persone non è impresa facile. Partendo da un modello basato sugli investimenti, sulla trasmissione bancaria e sulla leva finanziaria, non è facile trovare un equilibrio che comprenda una aumento stabile dei consumi, piuttosto che un sistema previdenziale efficiente e universale. C’è una alta probabilità che Pechino abbia successo e che la Cina scavalchi gli Stati Uniti nel club delle superpotenze. È in gioco anche la supremazia valutaria, tecnologica e militare di Washington. Questo è il rischio maggiore.

 

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