Italia: numeri a confronto

La revisione delle stime di crescita del Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha suscitato molto scalpore, in particolare per l’abbassamento dei numeri per l’Italia. Le proiezioni vedono il PIL italiano a -12.8% nel 2020, una contrazione significativa che riflette i mesi di lockdown già passati e gli aggiustamenti per la seconda metà dell’anno in base alle stime sul turismo, sul commercio estero eccetera. Sono due le riflessioni da fare, a mio avviso.

La revisione ha interessato diversi paesi e non solo l’Italia. Per esempio, in Francia si prevede una contrazione del PIL di 12.5%, mentre la Spagna si allinea con l’Italia a -12.8%. Ovviamente, la dispersione delle stime di crescita in Europa è frutto della diversa intensità con la quale l’epidemia di Covid ha colpito i paesi membri: Il PIL Tedesco dovrebbe crescere del -7.8%, contro una media per l’Area Euro di -10.2%. Ma non solo. È anche frutto di scelte politiche riguardanti l’intensità del lockdown, nonché di scelte politiche riguardanti l’assetto economico post-lockdown. Un esempio: Il governo di Vienna ha identificato il settore del turismo come settore cruciale per la ripartenza nei mesi estivi, indirizzando quindi tutti gli investimenti in quella direzione.

Per il 2021 il FMI prevede un rimbalzo del 6.3% (Eurozona +6%), anche se non è del tutto chiaro se la ripresa sarà a “V” o a “U”, tema di cui abbiamo parlato diverse volte in passato. Ma non è questo il punto che più mi preoccupa per quanto riguarda l’Italia. Il punto è la crescita potenziale del paese, che negli ultimi 20 anni è stata di solo 0.2-0.3%. Questo risultato è frutto di un assetto industriale che è poco adatto a competere sui mercati internazionali, specialmente in una situazione di politica monetaria unica, dove lo strumento della svalutazione non viene contemplato in ottica di strategia nazionale. La perenne mancanza di riforme strutturali è tanto più fastidiosa, quanto la forchetta tra l’Italia e il resto del mondo “industrializzato” continua a allargarsi.

Se è vero – come credo – che ogni crisi è anche una opportunità, allora temo che lo sia per molti paesi, ma non per l’Italia. La mia speranza invece è che questa crisi sia una grande opportunità per l’Europa e che le scelte politiche di Roma vengano coordinate con, diciamo pure “suggerite” da Berlino, Parigi e Bruxelles. Come sempre sarà la leva finanziaria (e.g. il MES) a indirizzare l’orientamento politico. Ma non vi nascondo anche un mio pensiero cinico: Più passa il tempo, più l’Italia potrebbe avere necessità di cassa e più costoso potrebbe essere il ricorso al MES, sia in termini finanziari che politici.

 

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