Chi è Joseph Stiglitz, il Nobel “scomodo” in lotta contro le disuguaglianze?

«Le disuguaglianze dell’America sono il risultato di distorsioni di mercato, con incentivi diretti non a creare nuova ricchezza, ma a sottrarla agli altri». Economista scomodo e fuori dal coro, attento alla sostenibilità da tempi non sospetti, un passato da capoeconomista della Banca Mondiale ma anche da consulente di Bill Clinton e Barack Obama, il Premio Nobel per l’economia Joseph Eugene Stiglitz ha dedicato buona parte della sua vita a studiare le disuguaglianze e le asimmetrie nella distribuzione della ricchezza. Le ha combattute non solo con i suoi studi accademici, ma anche con prese di posizione che hanno sempre fatto rumore. Mettendo nel mirino, di volta in volta, la gestione della globalizzazione, il neoliberismo sfrenato di quelli che definisce «i fondamentalisti del libero mercato», le politiche economiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il piano di salvataggio varato dopo il crack Lehman dall’amministrazione Obama e persino l’euro. Ma ogni volta che Joseph Eugene parla, estimatori e detrattori drizzano le orecchie, perché la sua logica è stringente e le sue argomentazioni senza peli sulla lingua. Vediamo più da vicino la sua storia.

 

Consulente di Bill Clinton attento al climate change

Nato 77 anni fa in una cittadina non lontano da Chicago, padre assicuratore e madre maestra, Joseph Eugene compie i suoi studi al MIT di Boston e a Cambridge, distinguendosi per le sue posizioni neokeynesiane. I suoi primi lavori indagano l’avversione al rischio e il timore dell’incertezza degli investitori. Nel 1993 viene chiamato da Bill Clinton nel suo staff di consulenti economici, di cui dal 1995 diventa presidente, e nello stesso anno firma il secondo report dell’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico istituito dalle Nazioni Unite pochi anni prima.

 

L’approdo alla Banca Mondiale e le critiche

Nel 1997 approda alla Banca Mondiale come capoeconomista e vicepresidente senior, dalla quale si dimette nel 2000 dopo aver espresso pubblicamente il suo dissenso sulle politiche dell’istituzione di Washington. Stiglitz, in particolare, mette nel mirino l’approccio della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale nella transizione dei Paesi comunisti verso l’economia di mercato, lasciando intendere che si tratta di cure peggiori del male, in grado di trasformare rallentamenti in recessioni e recessioni in depressione economica. Le critiche di Stiglitz al Dipartimento del Tesoro statunitense lo portano in rotta di collisione con l’allora ministro Larry Summers, che chiede apertamente l’allontanamento dell’economista dalla Banca Mondiale.

 

Il premio Nobel, l’Onu e il ritorno alla Casa Bianca con Obama

Nel 2001 si aggiudica il premio Nobel per l’economia grazie alla sua teoria sulle asimmetrie di mercato, elaborata assieme a Michael Spence e George Akerlof. Più in generale, buona parte degli studi di Stiglitz dimostrano come la mancanza di informazioni renda i mercati poco efficienti, in particolare sotto il profilo dell’equità sociale. Nell’ottobre del 2008, durante il crollo dei mercati seguito al crack di Lehman Brothers, l’economista viene chiamato dall’Assemblea generale Onu a presiedere un comitato di esperti per individuare soluzioni alla crisi finanziaria. Diventa anche consulente di Barack Obama, non risparmiando peraltro critiche al presidente in particolare sul piano di salvataggio delle banche, secondo Stiglitz scritto «da incompetenti o semplicemente da gente al servizio delle banche stesse».

 

La lotta alle disuguaglianze

Stiglitz ha passato buona parte della sua vita a dimostrare come il modello capitalista generi eccessive disuguaglianze, le quali a loro volta creano volatilità sui mercati, provocando crisi economiche e frenando la produttività. «Le disuguaglianze portano a una minor efficienza e a un rallentamento della crescita - spiega il premio Nobel in un articolo legato al suo saggio “Il prezzo della disuguaglianza” - il che significa che la risorsa più importante, quella umana, non è pienamente utilizzata. Chi sta in basso nella scala sociale, ma anche in mezzo, non riesce a mettere in campo il proprio potenziale perché i ricchi usano la loro influenza politica per far tagliare tasse e spesa pubblica. Questo porta a non investire come si dovrebbe in infrastrutture, scuola e tecnologia, impedendo al motore della crescita di girare a pieno ritmo. Le disuguaglianze stanno minando i valori e l’identità dell’America stessa - spiega ancora il Nobel - con effetti che si stanno manifestando in ogni decisione pubblica, dalla politica monetaria agli stanziamenti dei bilanci pubblici».

 

L’aumento della “forbice” tra ricchi e poveri

I numeri danno ragione a Stiglitz. Come spiega l’Ocse nel suo studio “Income Inequality”, il rapporto tra il reddito disponibile del 10% più ricco della popolazione e quello del 10% più povero è salito da sette volte nel 1980 a nove volte nel 2015, con i benefici della crescita economica che finiscono in tasca a una fascia sempre più ristretta della popolazione. Tra il 1975 e il 2012, negli Stati Uniti circa il 47% del reddito generato dalla crescita economica è andato a gonfiare i portafogli solo dell’1% più ricco della popolazione, mettendo sotto pressione la classe media.

 

L’effetto coronavirus sulle disuguaglianze

E il coronavirus? Rappresenta l’ultimo tragico esempio di una società sempre più polarizzata tra ricchi e poveri anche nelle cure mediche, ha spiegato Stiglitz: «l’America si è distinta nell’avere più disuguaglianze sanitarie di ogni altro Paese avanzato - ha sottolineato il Nobel - con la pandemia che ha dimostrato quanto sia terribile questa situazione». Gli Stati Uniti sono stati di gran lunga il Paese più colpito dal contagio con oltre 90mila decessi ufficialmente attribuiti al virus, e con richieste di sussidi di disoccupazione che hanno superato quota 33 milioni, il triplo che durante la Grande Depressione. A dimostrazione del fatto che, come aveva intuito l’economista nel suo “Il prezzo della disuguaglianza”, una forbice sempre più ampia tra ricchi e poveri alla fine fa male a tutti. «L’1% più abbiente della popolazione ha le case più belle, le scuole migliori, i medici più bravi e un invidiabile lifestyle, ma c’è una cosa che non è riuscito a comperare con il danaro: la consapevolezza che il suo destino è legato anche a quello del restante 99% della popolazione».